Il Capital Gain Spiegato: Cos’è, Come Si Calcola, Come Viene Tassato

Il capital gain corrisponde al rendimento di uno strumento finanziario. Ecco cosa sapere.

Il capital gain (guadagno in conto capitale) è una disciplina che interessa i soggetti privati che non sono imprenditori o che hanno partecipazioni sociali al di fuori degli utili della propria azienda.

Capital gain: cosa significa

Quando si parla di capital gain, s’intende la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto di un certo strumento finanziario.

Possiamo quindi dire, per semplificare, che quando viene liquidata un’azione a un prezzo più alto rispetto a quello di acquisto inziale, si ha dunque un capital gain o una plusvalenza.

Questo genere di guadagno in conto capitale viene a volte associato erroneamente ai soli titoli azionari quando in realtà può essere ottenuto scambiando anche differenti strumenti finanziari, ad esempio futures, valute, obbligazioni, o titoli di Stato.

Per fare un esempio pratico: delle azioni sono costate 200 euro e successivamente sono state rivendute a 300 euro. In questo caso, si può segnalare un capital gain di 100 euro per ciascuna azione.

Quando si ha invece una differenza negativa tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita, si parla di capital loss o di minusvalenza.

Come si calcola il capital gain?

Dopo aver capito cos’è il capital gain, è importante sapere come si calcola.

Come detto in precedenza, questa plusvalenza è data dalla differenza positiva tra il prezzo di vendita ed il prezzo di acquisto di un certo strumento finanziario.

Il capital gain può essere espresso in due modi:

  1. in termini assoluti, facendo la differenza tra prezzo di vendita e il prezzo di acquisto dello strumento finanziario scelto, in termini di valore assoluto.

Un esempio concreto: se compriamo un titolo azionario per 10 euro e lo rivendiamo a 15, avremo una plusvalenza di 5 euro.

  1. in termini relativi (quindi percentuali), rapportando il rendimento assoluto, cioè la differenza, al prezzo di acquisto.

Capital Gain (%) = (P. vendita – P. acquisto) / P. acquisto

Tenendo come buoni i dati del precedente esempio, se il valore assoluto del capital gain è 5 euro, il suo valore percentuale sarà pari al 50%.

Capital Gain (%) = (15 – 10) / 10 = 0,5        0,5X100=50%

La tassazione del capital gain

In Italia, il regime fiscale applicato al rendimento finanziario varia a seconda del tipo di strumento in portafoglio e intacca l’esatta cifra che corrisponde al ritorno economico del capitale investito, motivo per cui nelle scelte d’investimento va considerato anche l’impatto fiscale delle stesse.

Nello “Stivale”, la tassazione del capital gain è del 26%, in base al decreto-legge, n. 66 del 24/04/2014, IRPEF-spending review. La stessa aliquota è applicata a tutti gli introiti derivanti da operazioni di natura finanziaria (Es. Dividendi, ETF, Fondi Comuni).

Ci sono però delle eccezioni fatte per i Fondi che al loro interno hanno titoli di Stato e titoli emessi da enti pubblici, oppure per le obbligazioni di organismi internazionali in “white list”, cioè l’elenco tenuto dalla Prefettura di competenza provinciale di attività che, dopo attente verifiche, sono risultate negative al controllo riguardante la mafia. Solo per questi casi, l’aliquota è fissata al 12,5%.

I soggetti a cui può essere applicata la tassazione sul capital gain, sono:

  • persone fisiche residenti in Italia, se non conseguono la plusvalenza nell’esercizio di attività d’impresa, di lavoro autonomo o in qualità di lavoratori dipendenti.
  • enti non commerciali, se non conseguono la plusvalenza nell’esercizio di attività d’impresa.
  • persone non residenti, se la cessione viene effettuata in Italia
  • società semplici e soggetti equiparati.

Come già espresso in precedenza, coloro che detengono un’impresa, non hanno tassazione del capital gain, poiché la plusvalenza fa parte del reddito dell’impresa stessa.

I diversi regimi fiscali sulle imposte

È importante sapere che esistono tre tipi di regimi fiscali sugli investimenti, ognuno con caratteristiche diverse:

  1. Regime amministrato, il proprio intermediario finanziario pensa agli adempimenti fiscali. Le imposte sono calcolate solo sulle plusvalenze (capital gain) effettivamente realizzate ma è possibile effettuare compensazione con le minusvalenze (capital loss) solo tra redditi della stessa natura.
  2. Regime gestito, il cliente fa gestire i propri risparmi da un intermediario finanziario come la banca. L’imposta viene pagata dall’intermediario che gestisce i risparmi dell’investitore ed è calcolata sul risultato netto della gestione maturato nell’anno.
  3. Regime di dichiarazione sugli investimenti, l’investitore ha il controllo e la responsabilità per gli adempimenti fiscali, segnalando il tutto tramite dichiarazione di reddito, con imposta sostitutiva al 26%.

Legati a questi regimi si hanno due modalità di pagamento differenti: tassazione al realizzo e alla maturazione.

Nel regime fiscale amministrato e in quello dichiarativo la tassazione viene applicata al realizzo: i soggetti che hanno in gestione le attività finanziarie devono applicare l’imposta in base alla plusvalenza sulla vendita degli strumenti in portafoglio. Negli anni in cui si mantiene attivo l’investimento, il pagamento sui redditi si posticipa al momento della vendita.

Nel risparmio gestito, la tassazione viene applicata alla maturazione, alla fine di ogni anno, in base alla plusvalenza.

Tinaba con il suo Roboadvisor, per esempio, seguendo il regime gestito, opera da sostituto d’imposta e trattiene il 26% della plusvalenza, cifra che verrà poi versata al fisco per conto dell’investitore. In questo caso la tassazione avviene per competenza, cioè al momento della maturazione del provento

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