Investimenti green o greenwashing? [VIDEO]

Diversi asset manager stanno approfittando della tecnica di marketing per sovrastimare le masse gestite con criteri ESG, così da apparire più green. Ma nel 2022 i regolatori interverranno.

Novembre sarà un mese interessante per i mercati, soprattutto grazie alle tematiche di sostenibilità e di transizione energetica affrontate durante la COP26 di Glasgow. 

La posizione del mondo economico-finanziario nei confronti dell’evoluzione green, sarà cruciale per supportare i governi e i cittadini in questa fase delicata.

Green o greenwashing?

L’attenzione per l’ambiente è fondamentale, come dimostrano le tante battaglie messe in atto dalle nuove generazioni.. Un “nemico” molto poco ambientalista, che sta prendendo piede tra diversi asset manager europei, è però in agguato: stiamo parlando del greenwashing.

Questo termine è nato nel 1986 dalla sincrasi tra la parola “green” e la parola “washing” quindi può essere tradotto con il concetto “una lavata di verde”. In sostanza, si tratta di attività di marketing e comunicazione che determinate aziende e organizzazioni mettono in campo per presentare i propri prodotti o i propri servizi in ottica eco-friendly, quando in realtà non è proprio così. I settori dove viene più utilizzata questa tecnica sono quelli della moda, del largo consumo e dell’alimentare, ma sta diventando di uso comune anche nell’industria finanziaria. Proprio in quest’ultimo ramo, l’esplosione dei prodotti ESG è stata solo parzialmente accompagnata da norme che potessero rendere il più possibile misurabile e poco discrezionale uno standard di investimento sostenibile.

I regolatori intervengono contro i “greenwasher”

Negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom dei fondi di investimento dedicati alla sostenibilità. Questa crescita esponenziale ha portato a più di 4mila miliardi di masse gestite su prodotti finanziari eco-sostenibili, con circa il 3% del risparmio gestito mondiale che si dice green. Un’occasione molto ghiotta per massimizzare i profitti quindi, che ha spinto anche diversi regolatori come la SEC a intervenire contro quegli asset manager che hanno sovrastimato le masse green detenute in gestione. La buona notizia è che nel 2022 in Europa entrerà in vigore la “Tassonomia UE”, regolamenti più stringenti che prevedono obblighi di trasparenza in capo alle case di gestione in ambito ambientale.

Un caso concreto: il greenwashing di DWS

L’urgenza di norme più severe è riemersa nuovamente con il caso DWS, accusata in estate dalla ex responsabile globale della sostenibilità di avere sovrastimato le masse gestite con criteri ESG all’interno dell’Annual Report. Come conseguenza DWS, controllata da Deutsche Bank, è finita sotto la lente di alcune autorità di controllo dei mercati (la tedesca BaFin e la statunitense SEC) che hanno aperto un’indagine in merito. Va precisato in ogni caso che, in relazione ai fondi di investimento, il quadro normativo UE in materia ESG fa riferimento alla SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), che introduce obblighi di trasparenza in capo agli asset managers.

Le definizioni date dalla SFDR hanno però causato confusione all’interno dell’industria finanziaria e hanno lasciato autonomia agli asset manager, ai quali è in capo la responsabilità di auto-classificare i propri fondi. In ogni caso, il parziale vuoto normativo è destinato ad estinguersi con l’entrata in vigore dei nuovi standard tecnici e del regolamento legato alla “Tassonomia UE”.

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